Milano che vuole crescere presenta oggi ufficialmente un nuovo progetto. Fare di Bovisa, il quartiere tra il centro e l'aeroporto Malpensa, una Silicon Valley italiana dentro la città. Dopo il naufragio di un piano del 1997, la nuova Bovisa è nelle mani di Rem Koolhaas, olandese, sessantaquattro anni, duecentotrentacinque progetti all'attivo e due aperti in Italia (oltre a Milano, il quartiere Sant'Elia a Cagliari), un'autorità nel campo della teoria architettonica e urbanistica da quando nel '68 pubblica Delirious New York. Con lui, a seguire il progetto e a rispondere ad alcune nostre domande, è Reiner De Graaf, suo partner nell'Office for Metropolitan Architecture (OMA) di Rotterdam.
Come nasce e su che modello il piano numero due per Bovisa?
"Il progetto è quello di un Science Campus con anche un mix di residenze, uffici, strutture per il tempo libero. L'idea nasce dalla presenza del Politecnico di Milano, che occupa parte del sito, e vuole avvicinare iniziativa privata a università e ricerca scientifica. Inoltre, punta a rigenerare, reintegrandolo nel tessuto urbano, un sito sottoutilizzato che la ferrovia isola dai dintorni. E favorirà un graduale recupero del terreno, pesantemente inquinato. Parte del piano deriva proprio dalle regole che accompagnano la bonifica".
Come è strutturata, e quanto sarà sostenibile, la nuova Bovisa?
"Il piano prevede quattro anelli che collegano gli attuali accessi al sito in un sistema continuo di circolazione. Le auto potranno fermarsi solo una volta raggiunta la destinazione finale, e ciò aiuterà a ridurre le emissioni di ossido di carbonio. Tre dei quattro anelli includeranno blocchi di edifici, uno dei quali per il Campus Scientifico. Il quarto sarà una collina artificiale che raccolglie il terreno inquinato del sito. Un sistema di percorsi pedonali collegherà l'insieme allacciandolo alle aree vicine, mettendo a disposizione del vicinato le strutture progettate per il sito".
Cosa sarà dei gasometri, che il progetto del '97 già vedeva già trasformati in Museo del presente?
"Rimarranno, a simbolo del passato carattere industriale di Milano. Saranno destinati ad attività culturali".
Si è detto che il piano fa riferimento all'idea di Junkspace, spazio spazzatura a cui ha dedicato uno dei suoi scritti. In che senso?
"Il Junkspace ha a che fare con un paradosso. Nel momento in cui tutto l'ambiente che ci circonda è prodotto dall'uomo, ogni controllo estetico o compositivo sullo stesso ambiente è diventato praticamente impossibile. Se lo space-junk sono i detriti umani che inquinano il cielo, il junk-space è il residuo che l'umidità lascia sul pianeta. Il destino ultimo dell'architettura è degenerare in una forma di inquinamento, una landa sintetica. L'idea di Junkspace si ritrova nel masterplan di Bovisa nella misura in cui rinuncia alla nozione di "controllo assoluto" sulle singole architetture. A una architettura eccezionale, se vogliamo iconica, dei singoli edifici preferisce la perfezione del tracciato e la forza dell'organizzazione. Una sorta di deserto messo all'opera".
Gli Science Park hanno avuto molto successo in America, ma in Italia?
"Degli Science Park americani, situati in territorio extraurbano, il piano adatta a una situazione più cittadina solo gli elementi di maggior successo".
Paura, e timore di trasformarsi in ghetto. Come evitarle, nella periferia?
"Bovisa non è periferia, ma cerniera tra il centro e aree più periferiche di Milano come la Fiera e il futuro sito dell'Expo. Il nuovo insediamento sarà connesso al suo intorno e si avvantaggerà della loro vitalità. Allo stesso tempo il mix funzionale creerà un ambiente urbano autosufficiente, in funzione ventiquattr'ore su ventiquattro".
Milano vuole 700mila abitanti in più entro il 2015. La scelta giusta?
"Negli ultimi trent'anni, un quarto della popolazione ha lasciato Milano (anche perchè molto cara). Oggi il numero di abitanti è lo stesso del 1950. I vuoti creati dai siti ex industriali come la Bovisa sono un'opportunità per costruire il futuro, soprattutto se attrezzati per sostenere un incremento di densità".
Un parere sull'Expo? Cosa dovrebbe e non dovrebbe fare Milano?
"Forse tentare di ritrovare la qualità delle prime esposizioni universali. Barcellona 1929, Bruxelles 1935, Osaka 1970. Piattaforme avventurose per lo scambio culturale. La promessa di offrire ai partecipanti "padiglioni modulari di alta qualità" sembra eccitante, purchè assicuri apertura e un piano programmatico stimolante. Importante anche preoccuparsi dell'eredità, cioè che il costruito sopravviva alla fiera".
Si rischia di trasformare le nostre città in cantieri infiniti?
"Non proprio. La presenza e il rispetto della storia, in Italia, sono così "abbondanti" che la trasformazione delle città in cantieri infiniti, come avviene a Dubai o in Cina, sembra remota. Detto questo, le trasformazioni sociali di una città, non solo Milano, avvengono sempre più velocemente di quelle fisiche. Invece di interpretarlo come un fallimento, si dovrebbe riconoscere la volontà di fare spazio al cambiamento".
Lia Ferrari - 22 novembre 2008 - Io Donna, Corriere della Sera

